Il Duomo di Fano

Capitolo IV
Le sculture

  1. Le lastre, i fregi e i leoni stilofori medievali: loro ubicazione e spostamenti precedenti la realizzazione del moderno ambone
  2. L’ambone liberamente costruito
  3. I lavori promossi dopo il Concilio Vaticano II e il recupero dei pezzi medievali
  4. I pannelli con storie dell’infanzia di Cristo, i fregi e i leoni: fortuna critica e considerazioni sulla cultura degli scalpellini e sull’epoca in cui operarono
  5. Ipotesi sull’assetto originario delle lastre, dei fregi e dei leoni stilofori

1. Le lastre, i fregi e i leoni stilofori medievali: loro ubicazione e spostamenti precedenti la realizzazione del moderno ambone

A conclusione dei lavori realizzati in occasione dell’ottavo centenario della fondazione della cattedrale, nel 1941, per insistenza del vescovo Vincenzo Del Signore (come si è già accennato), venne costruito l’ambone ancora oggi esistente davanti al quarto pilastro sud (fig. 192)1, composto da pezzi di età medievale (frammenti di fregio, tre pannelli con storie dell’infanzia di Cristo in pietra calcarea compatta di colore biancastro, e quattro leoni stilofori in calcare rosso di Verona), tenuti insieme da elementi moderni appositamente realizzati (colonne e capitelli dalla superficie liscia in travertino, cornici piane in pietra d’Istria e una pedana in ferro e cemento armato (cfr. le relative schede in Appendice)2.

La più antica notizia relativa all’ubicazione delle lastre con scene dell’infanzia di Cristo risale al 1864, quando il canonico Alessandro Billi nel suo opuscolo Monumenti dell’episcopio fanestre, così scrisse: “[...] Lunghesso le pareti del cortile, che in parte rispondono all’atrio vescovile, tre massi di pietra calcarea istriana od appennina maneggevole a scalpellarsi, stavano incastonati entro il muro esteriore della tribuna corale a circa un uomo di altezza, e nascosti in parte fra due muriccioli trasversi. Questo muraglione appare costrutto ai tempi del celebre monsignor Cosimo Gheri essendovi fissa in alto la sua arme consistente in sei stelle circolari con sotto l’epigrafe

COSMUS GERIUS
PISTORIEN. EPS
FANENS. 1537.”3

Nonostante la spiegazione dettagliata del Billi, la collocazione esatta che i pannelli avevano avuto non è troppo chiara, ma appare evidente che essi erano stati murati all’esterno del coro che si affaccia nel piccolo cortile del palazzo vescovile, retrostante la chiesa. La data indicata dall’epigrafe, come si è detto in precedenza4, è da riferire all’allargamento del coro (di cui si ha notizia anche in documenti d’archivio), ma probabilmente indica altresì il periodo in cui le lastre furono là murate, non tanto perché il Billi le dice sottostanti all’iscrizione, quanto perché a quell’epoca esse dovevano avere perso la loro funzione originaria, essendo quasi sicuramente legate alla presenza della cripta5  che si ritiene essere stata interrata fra gli anni Trenta e Sessanta del  XVI secolo6.

Proprio prima che il Billi scrivesse il suo opuscolo nel 1864, i pannelli, per volontà di monsignor Vespasiani vescovo di Fano dal 1857 vennero rimossi dalla parete del coro. Essendo stati scoperti, sul retro, iscrizioni ed eleganti rilievi romani (seppure mutili), le lastre scolpite furono collocate su pilastri isolati che ne permisero la visione di entrambe le facce. Non si conosce con precisione il luogo in cui le lastre vennero esposte, ma si suppone che fosse il cortile stesso  o l’atrio dell’episcopio, dal momento che pochi decenni dopo, ai tempi di monsignor Ruggeri (fra 1882 e 1896) vennero “di nuovo internate nelle pareti, non più nel muro della cattedrale, ma in quelli dell’atrio dell’episcopio”7.

La prima notizia relativa all’ubicazione del fregio frammentario è ancora il Billi a fornirla, quando dice che era “[...] infisso e murato a sostegno di una volta di camera e d’una interna scaletta corale [...]”8. Nonostante non sia specificato dove fossero ubicate la camera e la “scaletta corale“, pensiamo che non si tratti della collocazione originaria, dal momento che i pezzi si ritengono, come si vedrà, strettamente legati alle lastre istoriate. Successivamente è probabile che siano stati murati, come i pannelli, nell’atrio dell’episcopio, come si vede in fotografie scattate prima del 1941 (fig. 180fig. 181fig. 182). Neanche dei leoni stilofori si conosce la collocazione originaria; sappiamo che per un periodo indeterminato si trovarono all’esterno, davanti alla facciata della chiesa senza alcuna particolare funzione; la prima loro fotografia a noi nota li ritrae proprio in tale luogo (fig. 119).

Note
  1. Esso da allora, come si dirà, ha subito solo qualche leggera modifica nel 1972.
  2. Per l’identificazione dei materiali dei pezzi moderni di cui è costituito l’ambone è stata sufficiente la documentazione (ricevute di pagamenti, lettere, ecc.) conservata presso la canonica, mentre più difficoltosa è stata l’individuazione del tipo di pietra dei pezzi antichi: se i leoni sono stati sempre definiti in marmo di Verona, i pannelli sono stati considerati dagli studiosi variamente in pietra d’Istria o appenninica (Billi, Monumenti dell’episcopio... cit., p. 13) o in travertino (Asioli, La Cattedrale... cit., p. 43). Data l’impossibilità di fare effettuare analisi chimiche della pietra, si è ritenuto opportuno rivolgersi ad un marmista di lunga esperienza, l’urbinate Giovanni Cordella, il quale ha confermato che i leoni sono in calcare di Verona (detto comunemente marmo di Verona) e, in seguito ad un accurato esame dei pannelli, li ha ritenuti in pietra calcarea compatta, del tipo locale, il cui nome commerciale è “travertino gentile di Piobbico”. Lo stesso marmista, al quale abbiamo chiesto di identificare anche gli altri pezzi erratici dell’edificio di cui si dirà più avanti, ha fornito conferma sul tipo dei materiali già a suo tempo individuati in facciata.
  3. Billi, Monumenti... cit. p. 13.
  4. Cfr. cap. II, par. 4.
  5. Per le ipotesi relative all’eventuale assetto originario dei pannelli si veda oltre.
  6. Per la questione si rimanda al cap. II, par. 4.
  7. Asioli, (che cita Matteucci), La Cattedrale..., cit., p. 40. L’atrio dell’episcopio è un locale adiacente al cortile suddetto, rispetto al quale è situato ad est. Un contemporaneo, Giuseppe Castellani, in un saggio sul Duomo di Fano espresse il suo sdegno per non poter vedere più il retro dei rilievi, e definì la nuova collocazione “deplorabile” (Castellani, Il Duomo di Fano, in “Rassegna bibliografica dell’arte italiana”, 1898, I, p. 195).
  8. Billi, Monumenti... cit., p. 27.

Maria Chiara Iorio

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