Il Duomo di Fano

Introduzione

Il pregevole volume dedicato al Duomo di Fano, edito dalla Fondazione in sinergia con la Carifano spa, rappresenta il lavoro veramente notevole svolto dalla dottoressa Maria Chiara Iorio che ha vinto il premio del concorso per le migliori tesi di laurea su Fano e suo comprensorio (bando del 1995).

Dal volume in parola la Fondazione ha tratto poi il progetto più generale di realizzare opere editoriali dedicate ai più importanti monumenti storico – architettonici della città.

Sulle linee di questa programmazione è seguita la pubblicazione del volume dedicato alla chiesa di S. Domenico in Fano, poi divenuta omonima Pinacoteca destinata ad ospitare opere d’arte ad ispirazione religiosa.

Il terzo volume è dedicato al complesso monumentale e chiesa di S. Michele in Fano, via Arco d’Augusto.

Ringraziamenti

Un vivo ringraziamento a tutti coloro che mi hanno agevolato in questa pubblicazione e a don Luciano Torcellini, parroco, che ha reso possibili le riprese fotografiche all’interno del Duomo.
Sono particolarmente riconoscente al prof. Aldo Deli che mi ha fornito utilissimi consigli e continuo valido sostegno.

Dedico questo libro a mia madre e a mio padre.

M.C.I.

Presentazione

La Carifano S.p.A. e la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano presentano questa pubblicazione che nasce dal «Premio 1995» attribuito dalla Fondazione alla più meritevole tesi di laurea, discussa in quell’anno, su un argomento di arte, storia, cultura riguardante Fano e il suo entroterra.

La tesi di Maria Chiara Iorio, muovendo dallo stato attuale del nostro Duomo, il più antico edificio medievale della città passato attraverso una serie di parziali rifacimenti e di non sempre appropriati restauri, sviluppa una minuziosa e in gran parte inedita ricerca alla scoperta dei segni delle originarie strutture e insieme offre un’aggiornata e, in certi casi, rinnovata lettura delle antiche superstiti opere scultorie.

Questo lavoro, per i suoi agganci storici (non dobbiamo dimenticare che la storia di una città è sempre inscritta nei suoi edifici), per le problematiche artistiche che suscita, per le immagini che propone si configura come nuovo e utile strumento culturale e ben si colloca sulla linea delle pubblicazioni con le quali la Cassa di Risparmio di Fano, segnando qualificanti momenti di rinnovamento e arricchimento degli studi di carattere locale, ha inteso rispondere alle attese degli esperti e di quanti amano conoscere uomini e cose della nostra città.

Augurando a quest’opera l’apprezzamento dei lettori esprimiamo nel contempo il nostro più vivo compiacimento alla dott. Maria Chiara Iorio; ringraziamo inoltre il prof. Aldo Deli, che ha scritto la prefazione e seguito il lavoro editoriale, e quanti hanno collaborato alla riuscita di questa monografia.

Fondazione Cassa di Risparmio di Fano
il Presidente
Valentino Valentini

CARIFANO Cassa di Risparmio di Fano S.p.A.
il Presidente
Pietro Paolo Petrelli

Prefazione

Dalla combustione del tetto, combustis tectis, si originò l’incendio che devastò totalmente l’interno della Cattedrale fanese di Santa Maria il giorno di Natale del 1124.

Duplice era il motivo che in quel giorno rendeva particolarmente sentita la festa: alla sacra ricorrenza di indubbia risonanza popolare si era aggiunta la fresca consolante notizia della elezione (21 dicembre) del nuovo papa, Onorio II; difficile, contrastata elezione per la ben nota facinorosa e sopraffattrice turbolenza del patriziato romano tanto che (evento tragicamente ricorrente anche in seguito) si era giunti sull’orlo dello scisma, con papa e antipapa. Senza intenzione di romanzare la cronaca - non ce n’è affatto bisogno specie per quella medievale - ma con spontaneo moto il pensiero corre alle presumibili festose luminarie accese dentro e fuori la chiesa con fiaccole, con bacili e padelloni colmi di sostanze grasse o resinose: di lì poterono originarsi le scintille che attaccarono i tetti, le capriate lignee, e segnarono per la vecchia Cattedrale il ruinae tempus come è detto, con stupita sintesi e maldestra grafia, a margine della storica iscrizione lapidea comunemente detta “di Rainerio”.

Il secolo XII nel quale si svolge la vicenda della Cattedrale di Fano, dalla rovina alla ricostruzione, trova la città ormai avviata verso nuove forme di reggimento interno all’insegna dell’ideologia autonomista, fondamento e ragione - insieme al progresso economico e commerciale - della fioritura comunale nel settentrione e nel centro della Penisola.

Una svolta epocale Fano l’aveva già vissuta nel 756 quando per decisione di Pipino, re dei Franchi, era stata compresa nei territori consegnati al papa: quella decisione era destinata ad influenzare la storia cittadina per più di mille anni. Certo è che, anche nel secolo di cui stiamo parlando, la consuetudinaria mancanza di un’autentica e organizzata base burocratica per amministrare autonomamente i territori papali, la stessa debolezza dei papi costretti ad affrontare scismi, ad appoggiarsi alle fazioni della nobiltà romana, alle aristocrazie locali o magari ai Normanni, rende meno pregnante il senso reale del pur formalmente esistente “dominio pontificio”.

Di più, l’urto endemico fra Papato e Impero sulla effettiva gestione dei diritti sovrani nelle terre già  concesse alla Chiesa favorisce la disgregazione del quadro delle funzioni amministrative e delle dignità dirigenziali da tempo esistenti come quella, di origine franca, del comes, il conte cittadino.

Anche a Fano (ce lo ricorda Roberto Bernacchia cui siamo debitori di recenti rinnovati studi sul “nostro” medioevo) nel sec. XII, in concomitanza col graduale rarefarsi dell’autorità del comes, cresce sulle ceneri del vecchio comitatus il Comune cittadino che troverà espressione nella figura dei consoli e dei sapientes che li affiancano. In questa fase di trapasso istituzionale anche a Fano è grande il ruolo delle aristocrazie cittadine, i maiores, ben consapevoli dell’importanza sul piano politico della loro indipendenza dal potere ecclesiastico. Ma non è da sottovalutare la presenza di altre forze minori fino a quella del cosiddetto “popolo”, formato da artigiani, mercanti e professionisti vari.

Invece non pare che il vescovo sia stato una delle forze attive nella promozione dell’istituto comunale, certo non lo fu la ricca abbazia di S. Paterniano che, titolare di diritti signorili su terre e castelli, mal sopportava l’estendersi del controllo territoriale da parte del Comune.

Tra gli avvenimenti di rilievo che ci accompagnano fino alla ricostruzione della Cattedrale c’è, nel 1137, l’assedio e l’espugnazione della città da parte dell’imperatore Lotario II, restio ad accettarne le spinte autonomiste.

Nel 1141 la città, che aveva mal calcolato la sua forza per risolvere problemi di confine con i comuni vicini, massime con Pesaro, si trovò seriamente minacciata dagli avversari cui si era aggiunta Ravenna. Venezia, invocata in aiuto, stornò la minaccia, ma impose a Fano una pace arbitrale con Pesaro, che può essere interpretata, nonostante alcuni benefizi commerciali e militari, come atto di sottomissione alla Serenissima: infatti i fanesi dovettero giurare fedeltà al doge, impegnandosi al versamento di un’offerta annua alla basilica di S. Marco.

Dopo questi cenni di storia volutamente brevi, ritorniamo a quel disastroso Natale del 1124 dato che il libro di Maria Chiara Iorio in certo senso riapre il cantiere da cui uscì la nostra Cattedrale.

Un edificio che ovunque assurgeva a motivo di prestigio cittadino per il fatto di costituirsi come espressione, simbolo e strumento, luogo e spazio della fede comunitaria. Il Duomo, la domus Dei, la domus ecclesiae è la casa che garantisce accoglienza al popolo cittadino per partecipare alle azioni liturgiche, per assistere alle sacre rappresentazioni e anche per discutere problemi civici.

Sentita come opera d’arte, nel medievale pregnante senso del termine, nata col concorso dell’arte costruttiva  e figurativa la Cattedrale, o chiesa episcopale, è da riguardare come trascendente e ideale umbilicus urbis, punto edificante in armoniosa risposta ad un generale e comune sentire in cui non si postulava la distinzione tra vita pubblica e manifestazione religiosa.

Julius von Schlosser in proposito giustamente avvertiva che “si deve evitare di portare opinioni moderne in quel Medioevo che è forse più lontano della stessa antichità”: e pertanto il concorso del popolo cittadino fanese ovans, osannante nel dare il proprio contributo alla ricostruzione della Cattedrale, non è topos letterario e retorico inserito nella “lapide di Rainerio” dall’arciprete della “chiesa maggiore di Fano” che forse ne dettò il testo; quell’ovans risponde pienamente alla realtà storica.

E la Cattedrale fu ricostruita in linea col rinnovamento delle forme architettoniche che, con le altre arti, fiorì in Occidente dalla seconda metà del secolo X a tutto il XII; e l’Italia importò, allora, novità anche da oltralpe.

È troppo noto, per doverci insistere, che si tratta dell’architettura che il filologo De Caumont, rifiutando le varie definizioni di lombarda, sassone, normanna, ecc., chiamò romanica ponendo l’accento sull’elemento che secondo lui la unificava: il ritorno all’antico che stava dietro le tendenze innovatrici. Nel Saggio sull’architettura religiosa del Medio Evo (1824) sostiene che il vocabolo romanico è da preferire ad ogni altro perché “ha il merito di indicare l’origine dello stile architettonico” al quale egli lo applica “e non è nuovo dal momento che serve ad indicare l’origine delle lingue della medesima epoca”: le lingue romanze.

Il ricollegamento del romanico alla sua “origine” romana in campo architettonico è tuttavia filtrato da una interpretazione cristiana dell’antichità stessa e perciò anche dal richiamo all’epoca paleocristiana già fortemente evocata fra il 1070 e il 1080 nel contesto culturale di quella che viene chiamata “riforma gregoriana”. Il romanico, poi, risente di motivi e influenze dell’arte bizantina e anche, (mutuati da pellegrini e crociati) di suggestivi ricordi dell’arte islamica e mediorientale che alimentarono l’esuberanza fantastica degli artisti e incoraggiarono in una pluralità di centri il sorgere e il diffondersi della loro libertà creativa. Inoltre il contemporaneo approfondimento degli schemi logici dell’allegoria (il male, il bene, la resurrezione ecc.) trovò espressione, con l’assenso  della committenza ecclesiastica, nel popolo di figure e animali simbolici, reali o fantastici, con cui nelle chiese, nelle cattedrali, nelle abbazie, vennero decorati capitelli, mensole, portali, oggetti di arredamento, paramenti e miniature, tanto che di fronte a tale eccesso protestava S.Bernardo di Chiaravalle esprimendo, nello stesso tempo, un valido e corretto concetto estetico sulla deformazione artistica. “Che senso ha - si chiedeva - porre nel chiostro, sotto gli occhi dei monaci devoti, quelle grottesche mostruosità, quelle creature dalla bellezza meravigliosamente deforme e dalla bellissima deformità?”.

Ma per stare al tema dell’opera che qui presentiamo, senza sconfinare in territori altamente meravigliosi, dobbiamo limitarci a ricordare che, quanto a figurazioni allegoriche, la nostra cattedrale ne offre non numerose ma pregevoli testimonianze nei leoni stilofori e nei fregi dell’ambone, in alcuni capitelli erratici e nell’arco del portale. E questo libro ha il merito di sviluppare in Appendice l’analisi puntuale, il profilo storico artistico di ogni pezzo, dispensandoci da ogni ulteriore discorso illustrativo.

Né ci pare opportuno richiamare in riassunto i numerosi riferimenti agli edifici sacri dell’area emiliano lombarda, la più naturalmente attinente alla nostra Cattedrale, che di continuo - insieme ai nomi dei grandi architetti e scultori, da Wiligelmo a Lanfranco, da Niccolò a Benedetto Antelami - ricorrono nel testo per evidenziare soluzioni, ipotesi e problematiche che la nostra Cattedrale pone: ad esempio quella - nuovissima - della laterale localizzazione del battistero nel sito della torre campanaria.

Insomma, il discorso di Maria Chiara Iorio, benché sostenuto da numerosi riferimenti ad opere d’arte o edifici di area diversa e anche lontana (è interessante quello sull’abbazia di S. Clemente a Casauria, in Abruzzo) e benché dia spazio a numerosi schemi e dati tecnici riesce ugualmente ad evitare la dispersione e punta principalmente in una direzione: la riscoperta e la lettura di ciò che ancora rende salva l’identità medievale del Duomo di Fano: dalla tecnica costruttiva del tetto ai pochi resti della cripta.

La nostra lamentazione, di prammatica, sulle infauste trasformazioni dell’edificio (triste fenomeno che a Fano si è accanito contro le chiese medievali di S. Agostino, S. Domenico, S. Francesco) sarà breve, perché inutile. Sta di fatto che le ingiurie del tempo (soprattutto i terremoti), l’antica mancanza di una cultura del restauro, il succedersi del cosiddetto “modo” e “uso moderno” praticato nel nostro Duomo fin dal XIV secolo con lo sfondamento dei muri delle due navate laterali per far posto alle cappelle gentilizie, il reimpiego distruttivo del materiale, l’incuria e l’improvvisazione hanno via via eroso o fatto scomparire parti tipiche della figura romanica dell’edificio in cui aveva lavorato certamente come scultore, ma forse anche come architetto-muratore (non era cosa insolita), quel magister Rainerius sfuggito al silenzio dell’anonimato ma di cui nient’altro sappiamo.

In tema di manomissioni valga la sorte toccata alla facciata che per secoli, e fino agli anni ’20 del nostro, scomparve, purtroppo non intatta, dietro una mascheratura tardo-cinquecentesca di banale intonaco. Così scomparvero nell’attuale rigida composizione i possenti originari pilastri polilobati. E fu sventurata la vicenda dell’arredo scultoreo composto dalle lastre, o pannelli, con storie ad altorilievo dell’Adventus Christi o, come suggerisce la Iorio, dell’Infanzia di Cristo.

Tali pannelli vengono tradizionalmente attribuiti a maestro Rainerio, ma nuovi minuti riscontri stilistici con la decorazione plastica del portale centrale (1176-1182) dell’abbazia di S. Clemente a Casauria, (già segnalato da alcuni studiosi) rendono assai probabile che siano stati aggiunti in un secondo momento, e sarebbero quindi di altra mano.

I pannelli e i frammenti superstiti di quel ciclo, sia quelli che formano il discusso pulpito “inventato” nel 1941, sia quello con l’Annuncio ai pastori inserito nello schienale del seggio vescovile, costituiscono tuttoggi la testimonianza più autentica e mirabile del Duomo medievale; e crediamo che il presente lavoro riproponendoli, e con l’esame stilistico e con la suggestiva iconografia, ne faciliterà quella valorizzazione che nel passato è mancata, anche a livello locale.

Una valorizzazione che coinvolge ovviamente l’intero edificio che per i non felici eventi succedutisi nel tempo non ha potuto meritare quella considerazione che invece l’integrità di altri ha trovato nelle analisi critiche degli storici dell’arte e dell’architettura.
Siamo convinti che il contenuto documentario e problematico che Maria Chiara Iorio ha saputo esprimere in questo volume farà sì che non se ne possa prescindere sia in ogni ulteriore ricerca sulla nostra Cattedrale sia in ogni eventuale e augurabile intervento di restauro.

Aldo Deli

Note introduttive

Le Marche se pur possono considerarsi, nell’età medievale, un’area marginale non rimasero tuttavia isolate rispetto alle regioni limitrofe, anzi ebbero con esse continui ed intensi contatti tanto da divenire un luogo in cui culture, tradizioni e stimoli disparati trovarono accoglienza e rielaborazione. Di qui è maturata la scelta di svolgere con questa tesi una ricerca sulla Cattedrale di Fano, soprattutto nella convinzione che la storia dell’arte non è solo storia di capolavori e che, anzi, soltanto da una conoscenza capillare di opere presenti anche in aree solitamente considerate marginali rispetto ai grandi centri di elaborazione artistica si può ottenere una visione sfaccettata e meno approssimativa della intera produzione artistica di un’epoca.

Per la sua particolare posizione geografica, la regione nell’età medievale fu attraversata da pellegrini e crociati, ebbe rapporti culturali e commerciali con l’Oriente e il suo nome, come è noto, è legato storicamente al suo status di terra di confine; sta di fatto che in essa confluirono e si mescolarono segni e tendenze della cultura bizantina e del Sacro Romano Impero.

Questa complessa realtà culturale, non facilmente interpretabile, è stata un ulteriore motivo per circoscrivere la ricerca ad un solo edificio e al suo corredo scultoreo, presi in esame sotto il profilo dei singoli episodi artistici in correlazione alla realtà storica.

Inizialmente il mio interesse era rivolto soprattutto a quei bassorilievi che nel 1941 nel Duomo di Fano furono assemblati in un discutibile ambone: tale interesse era nato dalla frequenza ai corsi tenuti presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze dal professor Adriano Peroni sulla scultura nicoliana e antelamica. In un secondo momento, dall’analisi dei rilievi è stato quasi inevitabile passare allo studio dell’edificio che li ospita, considerato prevalentemente nelle sue antiche strutture.

Sull’arte medievale nelle Marche l’unica opera di ampio respiro è quella di Luigi Serra, L’arte nelle Marche dalle origini cristiane alla fine del gotico, che però risale al 19271; altri studi di rilievo riguardano le abbazie della regione2 e alcuni edifici, come quello di Santa Maria della Piazza in Ancona dovuto a Maria Luisa Canti Polichetti3.

Una pubblicazione recente sull’architettura nelle Marche medievali, nella collana Italia romanica4, ha indirizzo essenzialmente divulgativo e benché dotata di ampio corredo illustrativo e di aggiornata bibliografia non apporta nuove conoscenze; il Duomo di Fano, insieme al suo corredo scultoreo, viene trattato sommariamente in poche righe.

Un’altra recente pubblicazione, Scultura nelle Marche5, prende in esame i pannelli scolpiti del Duomo di Fano (l’unico ciclo scultoreo del XII secolo rimasto nella regione) nella parte riguardante la scultura protoromanica, rivelando però incomprensione del loro stile e completo disinteresse nei confronti della critica più avveduta che già dagli inizi del secolo si era espressa sulla matrice culturale dei rilievi fanesi.

L’unica monografia sul Duomo di Fano è stata scritta dal canonico Luigi Asioli che ne ricavò e pubblicò un opuscolo, quasi una guida, nel 1954; l’edizione integrale dell’opera, La Cattedrale Basilica di Fano, uscì postuma nel 19756. Ricca di utili notizie, mostra però carenze nell’approfondimento delle problematiche artistico-storiche.

Informazioni sul Duomo si desumono dalle opere storiografiche locali; le principali sono quelle del Seicento e Settecento rispettivamente di Vincenzo Nolfi e di Pietro Maria Amiani che, per l’epoca in cui sono state scritte, necessitano di cautela e di molte verifiche.

A fronte di una carenza di studi scientifici aggiornati sulle opere dell’arte medievale a Fano, e in particolare sul Duomo e sui suoi rilievi scultorei, si rinvengono attente e rigorose indagini sulle opere dell’età romana e soprattutto augustea, periodo del maggiore fulgore della città nell’età antica; fra tutte si evidenziano quelle che leggiamo nel volume Fano romana7, qui tenuto presente per la parte riguardante la storia urbanistica della Fano romana e medievale.

I limiti della storiografia esistente hanno rappresentato un aspetto negativo notevole e, nel contempo, un motivo di stimolo ad effettuare la presente ricerca che si è basata tanto sull’analisi morfologica e filologica del monumento e dei suoi rilievi scultorei, quanto sui confronti con edifici e bassorilievi coevi portati avanti, per quanto possibile, anche attraverso controlli diretti.

Sono stati presi in esame e valutati, oltre alle trattazioni storiografiche disponibili su Fano medievale, i documenti conservati nell’Archivio Capitolare di Fano.

Altre fonti prese in considerazione sono le schede, i carteggi, i documenti e i rilievi architettonici esistenti presso le Soprintendenze per le Marche di Urbino e di Ancona e presso l’Ufficio del Genio Civile di Pesaro. Trattasi per lo più di atti relativi a interventi di restauro che, purtroppo, sembrano dimostrare, come poi si dirà al momento opportuno, che i lavori non sono stati sempre eseguiti nel rispetto dei criteri di conservazione richiesti dalla qualità del monumento.

Quanto ai rilievi scultorei esistenti nel Duomo, ho svolto un’indagine stilistico-cronologica che spero possa aiutare a meglio comprendere e collocare nel tempo questi importanti reperti che non hanno eguali nelle Marche.

È stato anche possibile formulare qualche proposta circa l’originario coordinamento compositivo di questi materiali basata sull’analisi delle testimonianze anteriori all’intervento di ripristino e su confronti con esempi di arredi liturgici nelle chiese dell’area emiliana.8

M.C.I.

Note
  1. L. Serra, L'arte nelle Marche dalle origini cristiane alla fine del gotico, Pesaro 1927.
  2. Le abbazie nelle Marche. Storia ed arte “Atti del convegno internazionale, Macerata 1990”, Roma 1992.
  3. M. L. Canti Polichetti, Santa Maria della Piazza, Ancona 1981.
  4. P. Favole, Le Marche: Italia romanica, Milano 1993.
  5. P.Zampetti (a cura di), scultura nelle Marche, Firenze 1993.
  6. L. Asioli, La Basilica Cattedrale di Fano, Fano 1954; Idem, La Cattedrale Basilica di Fano, Urbania 1975, a cura di Ivo Amaduzzi.
  7. AA.VV., Fano romana, Fano 1992 (d'ora in poi, semplicemente, Fano romana).
  8. Scambi di opinioni e di giudizi avuti con due neo architetti, Caterina Giuliani e Salvatore Sorrone, i quali sotto diverso profilo hanno studiato il Duomo di Fano per la loro tesi di laurea, sono risultati utili e fruttuosi al presente studio.
Documenti d'archivio

I documenti d'archivio sono indicati con le seguenti sigle:

ACF
Archivio Capitolare di Fano
FS BFF
Fondo Selvelli nella Biblioteca Federiciana di Fano
ASP
Archivio di Stato di Pesaro
GCP
Archivio del Genio Civile di Pesaro
SBAA
Archivio della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici delle Marche, Ancona
SBAS
Archivio della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici delle Marche, Urbino

Maria Chiara Iorio

Il Duomo di Fano
strutture e sculture medievali

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