Comunicati Stampa

Leoncillo: nel segno del corpo

a cura di
Lorenzo Fiorucci
con la collaborazione di Carlo Bruscia

Un nuovo capitolo si aggiunge a quello già numeroso che vede impegnata in prima
linea la Fondazione CariFano nella valorizzazione e riscoperta di figure artistiche
nodali della storia dell’arte italiana e non solo. Dopo le personali di Edgardo
Mannucci, Nanni Valentini, Valeriano Trubbiani e tanti altri artisti che sono stati
ospitate nelle preziose sale di Palazzo Bracci Pagani a Fano, è ora la volta dello
scultore umbro Leoncillo Lenardi (1915-1968). Una figura di spicco della scultura
italiana, considerato da Cesare Brandi tra i primi tre scultori più importanti del
dopoguerra, insieme a Marino Marini e Manzù. Un’artista che, al pari d Lucio
Fontana e Fausto Melotti, ha rinnovato l’idea di scultura colorata negli anni
Quaranta e Cinquanta, aprendo la stagione di un nuovo patetismo tanto da essere
annoverato da Roberto Loghi come “patetico barocchetto spoletino”. La mostra
Leoncillo: nel segno del corpo, a cura di Lorenzo Fiorucci con la collaborazione di
Carlo Bruscia, intende indagare un aspetto specifico nella produzione dell’artista:
il corpo.
In Leoncillo il corpo ha catalizzato una rilevante attenzione fin dai suoi esordi
artistici, protraendosi negli anni e seguendo le evoluzioni del suo linguaggio
plastico.
Attraverso i disegni degli anni Trenta e Quaranta è infatti possibile capire
l’approccio dello spoletino nei confronti del corpo, dapprima come volume che sia
genera nello spazio, declinato in una descrizione fisica in cui la nudità o le
espressioni visive dei volti sono immortalati nei numerosi ritratti di donna, ma
anche negli autoritratti che l’artista non manca di eseguire. Un corpo fluido
emozionale, realizzato con una corsività grafica spesso con inchiostro o grafite
che muove le linee nella carta. Sulla stessa linea nella scultura Leoncillo decide di
sciogliere la materia ceramica dissolvendo le rigidità delle forme insieme a colori
preziosi (oro e azzurro), come bene è visibile nelle Cariatide del 1942.
La fase successiva vede l’artista impegnato in una elaborazione del cubismo
picassiano a partire dal 1947, dove egli immagina un nuovo modo di costruzione
del corpo. Non più narrazioni patetiche o fluide figure deformate, ma il corpo si
definisce per composizione geometrica di forme irregolari ma rigide, in cui il
colore, che diviene punto di luce, ne esalta i lineamenti. Esemplari di questo

periodo i disegni di Donna che si spoglia o la traduzione plastica del Ritratto di
Mary vero e proprio capolavoro della stagione postcubista di Leoncillo.
Il percorso di Leoncillo si arricchisce di un passaggio ulteriore verso il graduale
abbandono dell’immagine figurativa, complice la riflessione attorno al
Monumento ai caduti di tutte le guerre (1954 – 1956) ad Albissola. In questo
monumento Leoncillo realizza che le ragioni figurative non possono più
rappresentare la realtà. I corpi si confondono con la terra diventano un tutt’uno
con essa. È il preludio alla fase Informale che sfocia nel 1957, con l’abbandono
dell’ideologia comunista sancita dopo l’invasione dei carrarmati russi
all’Ungheria, e che si manifesta con la mostra alla galleria La Tartaruga di Roma,
dove espone per la prima volta sculture dal sapore naturale. Disegni come:
Cespugli e sculture ramificate e bloccate in un gelido smalto bianco ne sono le
prove più convincenti. L’approdo sofferto all’Informale avviene l’anno successivo,
nel 1958, quando Leoncillo presenta le nuove sculture alla galleria L’Attico,
introdotto da Francesco Arcangeli, il critico che per primo ha messo a fuoco il
fenomeno Informale in Italia. Per il critico bolognese i lavori di Leoncillo
rappresentano una scultura di “Stati d’animo”. Tagli, graffi, fratture, strappi sulle
carte e sulla creta, saranno gli strumenti della nuova grammatica dello spoletino,
che identifica la terra con il proprio corpo, ferito dall’esistenza come un San
Sebastiano, mutilato dalla vita e da un’esistenza breve, che ad appena 53 anni si
chiude improvvisamente nel 1968.
La mostra intende punteggiare, tra disegni e sculture, i diversi approcci di
Leoncillo all’arte attraverso il filo conduttore del corpo, che lega circa trent’anni
di carriera. Il corpo inteso come sostanza dell’essere, materia prima e originaria
dell’uomo, foglio, lastra (di carta o di creta) che registra i segni, gli strappi, le luci
e le ombre dell’esistenza.
La mostra di Fano offre inoltre l’opportunità per un approfondimento sulla chiesa
di San Silvestro, nella quale Leoncillo realizza nel 1949 un altare. È questa una
delle rare opere sacre realizzata dallo scultore, che con questa mostra viene
restituito alla memoria della città e degli studiosi, allargando il percorso
espositivo anche al di fuori delle sale di palazzo Bracci Pagani valorizzando
un’opera fondamentale per Fano e significativa per il percorso artistico di
Leoncillo. La mostra è corredata di un catalogo con testi di Lorenzo Fiorucci,
Claudio Giardini, Marco Tonelli e apparati di Laura Canella.

Leoncillo: Nel segno del corpo
a cura di Lorenzo Fiorucci con la collaborazione di Carlo Bruscia
Fano, Palazzo Bracci Pagani 6 agosto – 2 ottobre 2022 inaugurazione sabato 6
agosto ore 17.30

Biografia sintetica
Leoncillo Leonardi è nato a Spoleto 1915 e morto a Roma nel 1968.
Ha lavorato prevalentemente a Roma.
Il suo lavoro si è concentrato quasi esclusivamente sull’impiego della ceramica
policroma e sull’aggiornamento del linguaggio scultoreo proprio di questo
medium.
Esordisce sullo scorcio degli anni trenta nell’ambiente della Scuola Romana
frequentando il circolo di intellettuali riunitosi attorno alla galleria La Cometa di
Roma. É questo il periodo in cui realizza presso le Ceramiche Rometti di
Umbertide i primi capolavori, tra cui le Quattro Stagioni e il San Sebastiano, che
fecero maturare in Roberto Longhi la nota definizione di un “patetico barocchetto
spoletino”, nella presentazione alla prima mostra personale a Firenze nel 1949.
Durante la guerra Leoncillo prende parte alla lotta di resistenza e aderisce
clandestinamente al PCI. Nel 1944 espone alla mostra Arte contro le Barbarie,
vincendo il primo premio per l’opera Madre romana uccisa dai tedeschi. È questo
il preludio alla breve esperienza del Fronte Nuovo delle Arti, un raggruppamento
eterogeneo di artisti voluto da Giuseppe Marchiori nel 1947, con l’intento di
delineare un nuovo fronte di rinnovamento per l’arte italiana. Contestualmente
avviene la svolta Postcubista dove elabora un linguaggio plastico geometrico la
costruzione astratta va a comporre elementi figurativi. Il ritratto di Elsa del 1948
insieme a Donna che si Spoglia (1947), Ritratto di Mary (1953) e Bombardamento
notturno (1954), sono gli esemplari più significativi di questa stagione che durerà
fino al 1957, quando l’artista abbandona il partito comunista e rivoluziona il
proprio linguaggio plastico secondo una tendenza Informale in chiave esistenziale
che approfondirà fino alla morte nel 1968. È forse quest’ultima fase quelle che è
oggi più identificativa della ricerca plastica dello spoletino. Una ricerca che si
spoglia del colore degli smalti per ricercare la naturalità del colore nella terra. Una
terra ferita e tagliata che raccoglie i segni dell’esistenza in un mondo che ha subito
i drammi della guerra e che si ritrovava al tempo sotto una costante minaccia
nucleare.
Leoncillo Partecipa a sei edizioni della Biennale di Venezia; espone inoltre alla
Triennale di Milano, alla Quadriennale di Roma, alla Biennale di Gubbio, alla
Biennale di Anversa e al Premio Faenza, che vince nel 1954 e nel 1964. Numerose
sono le partecipazioni a mostre in Italia e all’estero nei maggiori musei e gallerie
del mondo, tra cui La Galleria l’Attico di Roma, La Galleria Nazionale d’Arte
Moderna di Roma, Il MIC di Faenza, il Musée Rodin di Parigi, al Handicraft di New
York, al Pittsburgh International di Pittsburgh e molti altri.
Tra il 1955 e il 1956 realizza la scultura monumentale La partigiana veneta a
Venezia e il monumento ai Caduti della resistenza sul lungomare di Albisola.

Nel 1962 partecipa alla mostra Scultura nella città a cura di Giovanni Carandente
a Spoleto, con l’opera Affinità patetiche e nel 1967 prende parte all’Esposizione
universale di Montréal. I più grandi critici d’arte hanno scritto del suo lavoro tra
cui: Roberto Longhi, Cesare Brandi, Francesco Arcangeli, Giulio Carlo Argan,
Maurizio Calvesi, Enrico Crispolti, Renato Barilli, Giovanni Carandente, Lorenza
Trucchi, Filiberto Menna, Cesare Vivaldi e Alberto Boatto. Il museo Palazzo
Collicola di Spoleto raccoglie oggi il nucleo più grandi di sue opere tra sculture e
disegni.

INAUGURAZIONE MOSTRA

SISTEMA MUSEALE DI PALAZZO BRACCI PAGANI
Diana Art Gallery
Fano, 6 agosto/2 ottobre 2022,
Corso Matteotti 97
aperture: tutti i giorni lunedì esclusi,
orario, fino all’11 settembre 21/23, in seguito 17,30/19.30

Ingresso libero
a cura di Lorenzo Fiorucci
con la collaborazione di Carlo Bruscia

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